Lettera d’amore al mio corpo.

RADICAMENTO

Ti prego, stai zitto.

Non parlarmi, non guardarmi, non toccarmi: non sono ancora pronta a dirmi addio.

Stai zitto, sopporta, resisti, evita di morire.

Stai zitto, stai zitto, stai zitto e soffri senza fare troppo rumore: sei l’ostacolo tra quello che sono e quello che vorrei diventare.

Non voglio sentirti parlare e ti accoltello ogni volta che lo fai. Perché continui a provarci? Perché continui a spingerti contro le mura delle mie storie passate?

Mi fai bruciare, mi fai desiderare la morte.

Non sudare, non piangere e non parlare, per favore: sei l’esempio materiale delle condanne che ti rivolge il destino… e io sto cercando di dimenticarmi di te.

Una coltellata ogni volta che chiedi piacere, una bastonata ogni volta che cedi alla fame, uno sputo ogni volta che pretendi. Cosa pretendi? Cosa cazzo pretendi? Cosa Sei?

Cosa sei?

Chi sei?

Quanti ve ne sono in me? Chi è “l’io”? Chi è “l’altro”?

No. Non farmi respirare: nelle pause tra un respiro e un altro si annidano domande affilate.

Ecco, sto bruciando di nuovo. Questa volta non si può tornare indietro, però: porto sulle spalle il peso di troppe persone.

C’è un punto durante il corso di questa fiumana di parole in cui il respiro si spezza sempre, e ancora non capisco quale sia. Perché sono ancora in vita? Cosa mi ha frenato ogni volta dal cercare la morte? Cosa mi suggeriva di andare comunque avanti e provare a vivere?

Fermati.

La domanda mi devasta, mi strugge, ed è proprio quella che volevo tacesse dentro di me. Ma io l’ho sempre saputo, stavo contando i giorni: la verità arriva sempre a portare via tutto quanto e a non lasciare mai niente, come la risacca delle onde. La vita non può essere uccisa in nessun modo: questo stai cercando di farmi ricordare, piccolo e goffo ammasso di cellule. La vita non può essere tralasciata, non può essere dimenticata, perché insidiarsi in silenzio è la sua natura e lei occupa sempre lo spazio che le spetta. E’ tutto suo, tutto le spetta.

Dentro di me sono in attesa della salvezza. Se vuoi parlare allora salvami dal dolore del giudizio, del rifiuto, dell’abuso e delle parole non dette. Attendo in silenzio e con l’orecchio teso che questa mi venga offerta dalla mente, ma tu interrompi ogni volta la quiete, e quindi la favola, e incendi la stanza.

Tutto prende fuoco e non rimane più niente a cui aggrapparsi.

Mi sussurri all’orecchio di ballare selvaggiamente a piedi nudi nel fuoco, di danzare sui tuoi odori, sulle tue morti, sulle parole leggere, sul sangue che semini… è arrivato il momento di cantare.

Di solito lascio che l’incendio si estingua lentamente senza nutrimento.

Ma… chi sei tu? Perché mi doni calore? Perché mi fai respirare?

Lo sentivo: eri una lupa selvatica, grassa, sporca, affamata, e mi sussurravi che, lentamente, un fuoco dopo l’altro, le mura attorno al mio cuore sarebbero cadute e che partorire sarebbe stato un esodo meraviglioso.

Ora so chi mi spingeva verso il dolore con fiducia. Ora so che forma ha la bellezza.

La nostra storia d’amore dura da 18 anni, mio grande e grandioso tegumento terreno. Non mi hai mai abbandonato, non mi hai mai tradito, mi hai sostenuto sempre senza condizioni, tanto fisicamente quanto spiritualmente. E così, sai ballare, sai camminare, sai correre e sai saltare, sai parlare e ti sei colorato delle sfumature del mondo intero e nutrito delle emozioni che muovono le stelle su in alto nel cielo.

Sei fiducioso, sei tranquillo, sei paziente e sei silenzioso.

Hai atteso il mio risveglio, mi hai concesso un’altra possibilità, mi hai assistito con amore.

Sei tutto quello che potevi essere.

Abbiamo imparato a vivere giorno dopo giorno e tu me lo hai insegnato mostrandomi come respirare, senza fare domande, senza alcuna fatica.

Hanno detto di non godere, di non osare, di farti piccola, di guardare in basso imbarazzata, oppure di fingerti un’orsa dei boschi e andare sempre all’attacco, rifiutare ogni forma di femminilità e allontanarti dal branco per non mostrare vulnerabilità.

Eppure sei così bella quando tremi.

Non essere troppo, non essere troppo poco. E sarebbe bello allo stesso tempo se sapessi anche suonare il violino, il pianoforte, se sapessi cantare e ballare la samba, se sapessi cucinare e avessi una calligrafia migliore, ciglia più lunghe, cosce più magre, piedi più belli.

Trattieniti, mantieniti, attieniti alla tua immagine, coltiva il tuo apparire sempre con lo stesso concime.

Mi chiedo quando io sia scivolata in un tale stato di follia così profonda da non rendermene conto.

Io non me ne ero accorta.

Cara donna, cara lupa, sei fatta delle stesse molecole dell’aria, del cielo, del fango. Chi colpevolizzerebbe l’aria per esistere così come essa è?

Allora i tuoi peli sono fili d’erba, le smagliature sono l’impronta delle onde che il mare lascia sul tuo corpo, le vene dei polsi sono nervature di foglie verdi attaccate ai rami, i tuoi occhi sono isole boschive piene di vita, i tuoi denti sono monoliti possenti e solidi, i tuoi seni sono montagne, le tue anche sono ampie insenature e porti sicuri.

Quando avrò dubbi, e so che mi smarrirò ancora, guarderò il volto della mia nonna e niente sarà più bello delle sue rughe e della sua schiena ricurva che sapranno di lacrime e di storia. La guarderò toccare chiunque senza differenza e senza vergogna, uomini, donne e bambini, e da lupa, piano piano, mi trasformerò in farfalla.

A un certo punto si deduce che non c’ è nulla di cui avere paura, mai, e che i problemi non esistono se noi balliamo selvaggiamente sulle ossa che ci restano.

Ecco quello che io ho…

poesie, cosce grosse, capezzoli piccoli e tanto amore.

Cosa ne è stato delle ferite di un tempo?

Dal sangue versato nasceranno nuovi fiori.

B.M.D.


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