SFUMATURE DI NOI
Ciao caro amico,
non ti chiamo come dovrei perché in questo momento non mi sento degna di te: non sei più quello che eri un tempo e non so più cosa sei, non so più come chiamarti.
Ho riletto ieri sera la poesia che ho scritto per te, che sei scomparso nel nulla, come tutte quante le altre che ho scritto in questi anni.
Sai cosa c’è? Non mi riconosco più, non ti riconosco più. Non so chi sei e non so chi eri un tempo. Non so come sarei potuta essere con te ancora al mio fianco, e non so, ancora più sinceramente, che cosa voglio adesso.
Come può una persona essere così importante per un’altra? Questo, per me, rimane un mistero ancora a distanza di anni… Siamo due individui separati, autonomi, eppure ti sento sulla pelle e ti assaporo sulla punta della lingua.
Se proprio dovessi aggiornarti di quello che capita nel frattempo da queste parti ti direi che le cose semplici all’improvviso sono diventate difficilissime da capire: in ogni momento concentro la mia attenzione su concetti fumosi e inafferrabili per sfuggire al tuo dolore.
Ti direi che non sopporto più il mio modo di essere, che non sopporto il mio modo di pensare, che non sopporto il mio modo di scrivere…
Ti direi che mi sento sola, che spesso non accetto la mia esistenza.
E forse non ti direi molto di più: finirei con il ripetermi.
Questi sono momenti di nevrosi passeggere che comunicano al mio corpo di riposare, e io ne sono consapevole. Ma mi va bene comunque scriverti in un momento del genere, perché questa continua debolezza adesso fa parte di me e va documentata.
Quindi, partendo dall’inizio… Come va? Cosa combino ora? Ho trovato, alla fine, il posto giusto per me? Hai sentito che non piango più per “roba inutile”?
Mi dicono che della mia pelle non sai più niente: credo che non mi riconosceresti nemmeno, se mi vedessi un giorno di questi salire da sola sulle scale mobili della metropolitana con gli occhi fissi sul cemento.
Che poi, ad essere sinceri, da quando fu di tempo ne è passato…
e a quanto pare, per quel che ne so, io non avrei potuto essere peggio di così. Anche se si sa, la rabbia fa spesso mentire la gente.
Niente dentro di me va come dovrebbe andare: come se io, da due anni a questa parte, avessi potuto scegliere di cambiare qualcosa dentro di me. Niente è sotto il mio controllo: della tua pelle non so più niente.
Le persone me lo hanno detto chiaramente, guardandomi fisso negli occhi: sono cambiata, non porto più felicità nelle loro vite. E chi cazzo se ne frega, ho pensato. Chi ha deciso che io dovrei vivere solo per procurarvi la felicità che vi manca? Voi e il vostro ego malato. Statemi lontano: mi attaccate una vacuità spirituale davvero disgustosa. Chi vi ha chiesto qualcosa? Chi vi ha chiesto consigli? Chi vi ha richiesto giudizi? Credete davvero che essere pecore, quali siete per certo, e vivere venerando il culto del bastone sia un trionfo per il vostro spirito? Davvero non vi rendete conto che Cristo ride di gusto di fronte alla vostra immensa imbecillità? Il Dio che venerate vi vuole umani, vi reclama su due zampe: il Cristo di cui fate sfoggio spesso e volentieri non vi vuole impecoriti come vi mostrate, spaventati dai guaiti di cagnolini impauriti e fiacchi quanto voi.
Respiro piano. Tutto ciò che deve, arriverà.
Gli uomini creano inferno dal niente, per paura.
E adesso, in questa rabbia, vivo una vita di omertà e repulsione come qualsiasi altro adulto, papà, senza averla mai scelta davvero. Però, mi ripeto sottovoce, forse è questa la vera natura del mondo degli esseri umani che un tempo definivo “grandi”: essere subdolo e silenzioso nell’arrivare. Già al tempo avevo intravisto l’aridità degli occhi di chi mi circondava, la disperazione e i sorrisi affaticati di chi arraffava avidamente ciò che poteva per trovare un senso all’ assidua presenza della morte che da lontano salutava. Chi è davvero grande? C’è qualcuno che si sente grande in questo mondo? C’è qualcuno che dice la verità? Adesso il mio intuito si è affinato, sento tutto quello che non vorrei sentire.
Sono un’adolescente difficile e capricciosa: ti rendi conto di quanto riduttiva e violenta sia una condanna come questa da rivolgermi dopo tutto il dolore che ho affrontato? Io, per loro, faccio i capricci. Prendermi a sprangate sulla schiena sarebbe stata una punizione più dignitosa, ammesso che ne meriti una per non so quale peccato commesso in passato. Da quando non ci sei tu è un casino tutti i giorni, così tanto casino che ci ho fatto l’abitudine, e sono sicura di non meritarmi niente di meglio di tutto questo. Ormai questo schifo è diventato routine. Ogni cazzo di giorno: alzati, copri lo sporco, riempiti d’orgoglio, sopporta quella voce di merda che risuona nella testa: continua a ripetere che sei tu, come un ronzio, che sei proprio tu il problema.
Non so che cosa stia succedendo al mio cervello, ma quando lei mi attacca è come se la parte più profonda di me si voltasse dall’altra parte, è come se io andassi nel pallone, e diventassi tutto quello che lei dice: io divento tutto quello schifo che lei dice.
Lei vuole vedere un film, perché vuole volti felici nella sua vita. Lei vuole uscire fuori a cena. Vuole andare fuori a ballare, perché vuole persone felici nella sua vita. Ma io non sono felice.
Io sono disperata. Lei dispone di me a suo piacimento e io vivo fino a quando lei vuole: quando vuole distruggermi cado a pezzi e il mio ego vomita tutto il buio che ho dentro.
Sei morto, sei morto, sei morto: io non l’ho mai detto ma tu lo sei, ed è normale che tu te ne fotta di me e della mia vita, che era importante fino a quando lo era per la tua.
Sei morto, ed io comincio a dimenticarmene, comincio ad essere indifferente a tutto quello che ci è capitato. Ma tu non sai quanto questo mio stare tranquilla di fronte alla tua tomba mi faccia disperare profondamente.
Sei morto davvero, adesso, dopo anni.
Nel frattempo io sono rimasta schiacciata da questo ammasso di vita, perché io dipendo dal ricordo della tua protezione e della tua presenza. Mi ci aggrappo da sempre, e vivo, da allora, sotto una casa in cui entra sempre la pioggia, ogni giorno.
Sono tre anni che sei morto: io non mi ricordo più cosa era la vita con te. So, però, che mi chiamavi quattro volte al giorno e mi dicevi “Pronti!”, “Ou, amore”, “Ou, che fai?”, e io rispondevo “ciao papi, niente”, “come niente, che stai facendo?”, “niente, sto sul divano”,“beh, che hai fatto oggi a scuola?”, e io ti elencavo le materie che avevo affrontato a scuola e i voti che avevo preso e pensavo che andasse tutto bene e non pensavo alla solitudine che doveva mangiarti dentro mentre vivevi la tua vita, che, però, che bella che era…aveva i tuoi colori… era bella dopotutto, mi faceva sentire protetta, dopotutto.
Mi parlavi in dialetto.
Che dolore: ci hanno diviso e il nostro dolore sarà per sempre.
Mi manchi, papà. Ecco cosa ti direi adesso che nient’ altro mi sembra importante.
Io non so come dirtelo meglio: mi manchi così tanto che nelle ore più buie della notte non so ancora come consolarmi.
Vieni ad abbracciarmi allora, come quella notte di giugno in cui hai lottato contro le ossa che marcivano dentro di te.
“Ehi”, “eh”, “ti voglio bene”, “anche io”.
“Si la cchiù bbeddha de lu mundu”, “mh”.
Che schifo che mi faccio.
Ma dove sei? Dove sei andato a finire? Dove vai quando non ci sei?
Te lo chiedo come te l’ho chiesto anche in quel sogno in cui mi dicevi che nemmeno tu sapevi dove andavi a finire quando sparivi, ed eri perplesso mentre mi guardavi, perché sapevi che eri aria, alla fine, e il tuo essere “corpo” era solo uno stadio di passaggio momentaneo.
Mi chiedo se ti manca parlare con me, se l’amore che provavi per me era così forte come dicevi che fosse. Parlami ti prego, perché la mia vita è vuota da quando non lo fai.
Potrei farti tante domande: com’è morire? E’ tanto brutto come dicono? Ti senti solo quando muori? Hai provato dolore? Hai sentito libertà?
Posso solo pretendere di raccontare alla gente il peso della morte: la mia rimarrà sempre una visione reale e parziale dell’intera questione. Poi, quando finalmente potrò dire alle persone la verità, non ce ne sarà più bisogno. Però avrei proprio bisogno di parlarne alle persone intorno a me. Vorrei avvisarle che nella vita esiste anche dell’altro, non ancora conosciuto, inesplorato.
Com’era la vita quando tu c’eri per me? Com’era la vita abitata dai tuoi odori? Com’era la vita in cui io ti parlavo dei miei problemi? Com’era quando, se avevo paura dei mostri, tu dormivi tranquillo nel tuo letto e mi proteggevi? Mi manca l’amore che c’era tra le tue corde vocali.
Mi manca quell’amore, e mi sembra di non essere più abbastanza per goderne, perché tu non ci sei più e nessuno mi amerà mai come te. Quell’amore mi stressa, quell’amore mi perseguita nei sogni, quell’amore prende possesso di me, quell’amore ha rubato la mia anima tanti anni fa.
La gente non capisce: mi parla e mi urla, ma non ha idea dell’ odio che ho dentro. Cosa vogliono da me? Che cosa pensano di essere per me?
Cosa vuol dire averti avuto nella mia vita, lo immaginano?
Se la gente sapesse dell’odio che ho dentro starebbe in silenzio e ci starebbe per secoli: loro non sanno cosa vuol dire sorridere senza saperne il motivo, non sanno cosa significa dover amare una vita che ti uccide.
Sono passati tre anni, papà, e io ora ne ho compiuti diciotto. Mi sento così piccola per il mio desiderio di essere grande, e mi sento così grande per il mio desiderio di sentirmi piccola.
Chi mai avrebbe ipotizzato che tu saresti morto prima dei miei diciotto anni? Chi mai avrebbe creduto che io sarei potuta esistere senza di te?
Il tuo sorriso mi fa piangere. Mi sembra strano anche ricordarmi che ti amavo alla follia.
Quante prime volte ho fatto senza di te al mio fianco.
Più ripenso al tempo che passa e a tutto quel tempo che è ormai passato, più inciampo nella tua assenza imprevista e piango per poterla contrastare. Vorrei capire la tua morte: mi lascia un grande dubbio nel corpo, nonostante mi abbia preso più di una volta. E’ questo che mi fa incazzare più di tutto.
Il primo bacio, la prima volta in discoteca, il primo amore costruito da zero, le prime passioni, il primo discutere di fidanzamenti, l’essere rifiutata, abbandonata, lasciata, desiderata, corteggiata, baciata, strattonata, toccata.
Fa strano sapere che mi butto tra le braccia di uomini grandi, che mi faccio dire da loro che sono la più grande che loro abbiano mai conosciuto. E’ strano dirti che, alla fine, anche io mi lascio amare, abbracciare, stringere da qualcun altro. Fa strano sapere che io ho preso tra le mani il viso di qualcun altro e l’ho baciato con tanta intenzione, che l’ho abbracciato con tanto desiderio, che gli ho respirato addosso forte, che l’ho guardato negli occhi e mi sono illusa con così tanto trasporto.
E’ strano sapere che sfido gli occhi di uomini che appena mi capitano davanti, che li desidero vicino, che mi sento così pronta a pormi alla loro altezza e poi a rinunciare alla mia dignità per loro, per ritrovare te nel loro petto. E’ strano sapere che mi piace fare la “donna”, che la decadenza del corpo mi fa sentire al sicuro, e che so cosa vuol dire sentirsi amati, sebbene non ricordi bene cosa voglia dire esserlo davvero.
Mi sento davvero normale.
Che cosa stranamente dolce da dire
Dopo una vita passata ad essere diversa da tutti e dal tutto, essere molto banalmente e mediocremente donna, fare l’amore come tutte le altre, desiderare il conforto umano come tutte le altre, amare il corpo di altri come tutte le altre.
Sapere che sarò sola come tutte le altre, e che sarò sempre meno sola come tutte le altre.
Sperimentare la sola voglia di buttarsi tra le braccia calde di un uomo con la barba e i capelli scuri, che porti sempre scarponcini neri ai piedi e guardi tanti film, e mi prenda la mano per strada spontaneamente, perché vuole che io mi senta bene e vuole, così, stare bene anche lui con me.
Sentirsi scelta mentre si è a letto insieme, sentirsi scelta tra tutti quanti, sentirsi la prima tra tutti e tutte, ogni volta che ti tocca piano piano sapendo che il suo tocco non lo sosteni per niente.
Sentirsi dura e severa con tutti e poi sentirsi del tutto un’idiota, debole, molle.
Fallire inaspettatamente sotto gli occhi di tutti per un po’ di calore umano, passare dall’odio al bisogno e dal bisogno all’odio, attraverso l’amore che provo per voi due che mi fate così tanto male, e raramente attraverso quell’ amore che provo per il resto della vita, che mi chiama da un po’.
Poi mi sono ubriacata parecchie volte e la prima volta che ho bevuto non mi piaceva per niente quello che stavo bevendo ma mi piaceva tanto la libertà che sembrava mi offrisse quella bevanda troppo colorata per appartenere a questo mondo: avevo dei tacchi rosa a punta e sono tornata a casa con delle vesciche ai piedi che sono durate due intere settimane. Quella fu la prima volta che mi si dichiarò una persona. Mi disse: ”Te lo dico solo perché ho la mente alterata dall’alcol: tu mi piaci” e mi guardava con occhi languidi mentre bevevamo dallo stesso bicchiere di Vodka Lemon… avevo 15 anni e tu eri morto da solo un anno, o anche meno.
A quella persona diedi il primo bacio mentre giocavamo ad obbligo o verità: me lo chiese lei, avevo un bicchiere di birra in mano e ne avevo bevuti quattro quella sera. Non fu un grande bacio, ma fu un grande momento e io le voglio un grande bene, ancora, nonostante mi abbia fatto un grande buco nel cuore . Non l’hai mai conosciuta, è entrata dopo nella mia vita…
Asia e Massi ci sono ancora e sono figli della meraviglia. Con loro non mi sento mai sola, con loro ricordo che cosa la vita ha davvero da offrire, con loro sono al sicuro e con loro il tempo smette di esistere. Amo la zia, ma in questi giorni abbiamo litigato, e dopo che io le ho detto che non mi piaceva mi chiamasse prepotente ogni qual volta non mi mostrassi felice o triste davanti a lei, non mi ha chiamato né risposto per due giorni. Oggi mi ha chiamato lei e io non le ho risposto, perché ho l’animo appesantito e ho pensato di potermi prendere una piccola vacanza anche dai diritti che gli altri si arrogano su di me.
Rinaldo mi ha baciata con amore sotto la luna, davanti al Duomo di Milano. Diceva che gli facevo paura per quanto ero sensibile. Immagino, impressionante davvero come cosa. Era un grande uomo di cultura, diciamocelo.
Due ore dopo mi ha detto che affrontare una relazione con me non ne valeva la pena, perché aveva paura di Clara e della sua reazione violenta e aveva paura di rimanere da solo. Che storia interessante che mi ha raccontato, non credi?
Giovanni mi ha baciata con più passione, e quando lo ha fatto sorrideva, perché credeva di star baciando una persona superiore a lui, e io ero tranquilla in quel momento, perché mi sentivo a tutti gli effetti una persona superiore a lui.
Poi il calore del suo petto ha sciolto i miei muscoli, come fa un bicchiere di vino, e mi si sono accesi gli occhi, perché non era quello che credevo. Lui mi ha lasciato penzolare nel vuoto tenendomi per un dito solo, invece, facendo di me quello che voleva, perché a quanto pare, nemmeno io ero quella che lui credeva.
Per la prima volta mi sono sentita inadatta nel letto di qualcuno, mentre cercavo di proteggermi dagli stessi mostri di un tempo, perché c’era un calore simile al tuo che mi faceva sentire indegna d’amore e di presenza. Quando, quella mattina di settembre, non mi ha più scritto mi sono ripresa per mano, giurando che non mi sarei fatta trattare mai più così da una persona, perché non ho davvero voglia di prendere le parti della moglie remissiva che attende il marito a casa per ore, accettando di diventare polvere. Sono davvero troppo per questo, mi ripeto con indignazione. Il tuo orgoglio è rimasto.
Toccava con delicatezza il mio corpo,però: spesso ci ripenso…
Mi torna spesso in mente, e questo significa qualcosa suppongo… ma decido di non indugiare ulteriormente sulla questione, perché, davvero, non ho voglia di far crollare altri palazzi nella mia testa.
Ti sei perso, infine, i farmaci, gli psicologi che tu ritenevi profondamente inutili, la meditazione, la gita al pronto soccorso fatta a causa dell’ingestione di qualche spritz di troppo, le camminate da sola per le strade della città alle quattro di mattina, i pianti della mamma, la mia solitudine, i tanti soldi buttati al vento per cercare una soluzione al vuoto che mi hai lasciato dentro. Gli uomini sono esseri strani e meravigliosi, ma sono confusi come lo sono pochi animali sulla faccia di questa terra. Mi piace molto osservarli da lontano, mentre realizzo sempre di più la bellezza e la complessità che appartengono, di rimando, al panorama femminile.
Scrivo poesie davvero belle, le rileggo e non riesco a credere che siano mie, e sono tutte nate dopo la tua morte, e sono tutte quante per te. Hai mai pensato ad un amore così grande nella tua vita?
Tu me ne hai dedicata una, io te le dedico tutte quante.
Questo è il mio amore.
Non ti ho mai parlato di “Pagine Blu”, che è tutto ancora un grande sogno, e di come la scrittura possa realmente aiutarmi a non sentirmi sola quando fisicamente lo sono e anche parecchio. Non ti ho mai detto di come la tua morte mi abbia aperto a dimensioni stranamente inimmaginabili. Non ti ho mai detto di come credo che con la tua morte tu mi abbia finalmente liberata.
Non ti ho mai detto di come io sappia adesso che esista un modo per salvarsi definitivamente e di come io conosca quale sia la mia strada.
Tu però mi hai detto che fin quando avrò un libro al mio fianco non mi sentirò mai sola. Ora il libro lo sto scrivendo io.
Viva la debolezza, viva la fragilità: sacrifichino il mio corpo e se lo mangino. Capiranno, forse un giorno, cos’è l’umanità.
A presto, tra me e me, nella speranza di mancarti.
Tua figlia, anche oltre gli universi che ci restano.
B.M.D.

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